Caritas Diocesana di Rimini
2012 Rapporto sulle Povertà

Lavoro e immigrati

a cura di Elena Benini

La raccolta dei dati

L’insieme formato da tutti gli immigrati che vivono a Rimini si compone anche di individui non rintracciabili a causa del loro status di irregolari. Dunque, non è possibile disporre di una lista esaustiva della popolazione e, al tempo stesso, non è possibile operare come se tale sottoinsieme (formato dagli immigrati senza documenti) non esistesse, escludendolo dal campionamento.

Per circuire il problema, viene usato un metodo di campionamento “per centri di aggregazione”, basato sull’ipotesi che gli immigrati tendano ad instaurare una serie di relazioni tra di loro, frequentando almeno un ambiente di aggregazione (o centro) per motivi legati alla vita quotidiana.

I centri in cui è stata realizzata questa indagine sono: la Caritas diocesana, la Mensa dei frati, il Centro di solidarietà, la CGIL e il Centro per l’impiego.

La ricerca è stata effettuate con le seguenti tempistiche: tra il 12 novembre e il 20 dicembre 2012 sono stati rilevati 62 questionari, e altri 18 sono stati effettuati tra il 17 e il 31 gennaio 2013, per un totale di 80 immigrati intervistati (43 uomini e 37 donne). Il campione è stato scelto tra coloro che avessero svolto almeno un lavoro (anche se in nero) in Italia. Durante il secondo periodo è stato più difficile trovare immigrati nei suddetti centri, diversi erano tornati nei propri Paesi nel periodo natalizio anche a seguito della crisi economica che non dà prospettive di lavoro e altri hanno scelto di immigrare in altre nazioni. Il 21% degli intervistati nel 2012 ha infatti dichiarato di non sapere in quale paese avrebbe vissuto nel 2013.

Nazionalità / Sesso Maschi Femmine Totale
Afghanistan 1 0 1
Albania 4 4 8
Argentina 2 1 3
Bangladesh 1 0 1
Bosnia Erzegovina 0 1 1
Colombia 1 0 1
Cuba 1 0 1
Egitto 2 0 2
India 1 0 1
Kosovo 1 0 1
Macedonia 2 0 2
Marocco 8 3 11
Moldavia 0 1 1
Rep. Dominicana 0 1 1
Romania 5 12 17
Russia 0 1 1
Senegal 4 0 4
Tunisia 6 0 6
Ucraina 3 12 15
Ungheria 0 1 1
Zambia 1 0 1
Tot per sesso 43 37 80

Il perché dell'emigrazione

Perché la provincia di Rimini %
Avevi parenti / amici / conoscenti stabiliti qui 45.0
Per la facilità che c'è qui di trovare un lavoro (specie durante la stagione estiva) 26,3
Su suggerimento di amici / parenti immigrati 18,8
Per caso 7,5
Su suggerimento di amici / persone italiane 6,3
Perché è una bella città e c'è il mare 6,3
E' stata la destinazione del mezzo che hai utilizzato per arrivare in Italia 3,8
Perché qui è più facile fare i documenti 2,5
Per motivi di studio 2,5
Perché qui avevi incontrato un venditore di lavoro 1,3
Per motivi di salute 1,3

Come dichiara una fetta superiore ai ¾ del campione, emigra per il desiderio di trovare un lavoro retribuito. Per un numero di casi superiore alla metà, tale desiderio è dettato da una vera e propria necessità. Si cerca lavoro all’estero per sopravvivere e non solo per migliorare la propria condizione, ma non lo si fa solo per se stessi, si emigra anche per aiutare la propria famiglia (il 72,5% degli intervistati invia denaro al paese d’origine e di questi il 58, 6% lo fa con regolarità, inoltre, il 65% degli intervistati ha almeno un figlio e il numero di figli pro capite è pari a 1,25). Si emigra per saldare i debiti (il 42,5% degli intervistati contrae un debito per il solo viaggio, e di questi il 32,4 % deve ancora saldarlo). Si emigra sperando che i propri figli possano avere un futuro con maggiori possibilità.

Si emigra anche per motivi politici (8,75%), andando alla ricerca di civilizzazione, perché nel proprio paese il partito politico che la fa da padrone è corrotto, perché lo stato di diritto è latitante e le garanzie dei diritti fondamentali dell’uomo evanescenti, perché si subiscono situazioni di intolleranza e razzismo in quanto si appartiene a minoranze etniche o religiose.

Spesso si è spinti ad emigrare dall’esempio di familiari o conoscenti che se la sono cavata seguendo questa strada. Molti lo fanno per lasciarsi per sempre una situazione di miseria alle spalle, per rifarsi una vita, per ricominciare a costruire da zero. “Ormai questo è il mio paese” dice il 47,5% del campione, con l’intenzione di rimanere a vivere e lavorare in Italia, come disse Carlos Gardel: “Sono nato a due anni, a Buenos Aires”, per dire che si è cittadini della terra dove si vive, si ama e si lavora. Altri ancora (35%) abbandonano il loro paese con il progetto (o la speranza) di farci ritorno un giorno, alcuni (2,5%) accarezzano persino il sogno di poter aprire un’attività in patria grazie al gruzzolo messo da parte negli anni di lavoro all’estero. Ma gli anni trascorsi fuori, una vita passata lontano dai propri cari (il problema della solitudine è secondo solo a quello della lingua), con altri valori e abitudini, allentano sovente i contatti con il paese d’origine.

“Sono partita per avere più soldi, ma più tempo passo lontano da casa più mi rendo conto di quanto valgono poco”, donna ucraina di 65 anni, “I miei figli sono diventati grandi senza di me, hanno avuto dei figli a loro volta e io non posso vederli crescere. Non posso perché senza il permesso di soggiorno non posso tornare a casa nemmeno a Natale. Mio marito ormai non mi conosce più. Qui ho trovato da vivere, ma ho perso tutto”, donna ucraina di 39 anni.

“Io e mia moglie ormai siamo al punto del divorzio. Non avrei mai immaginato di arrivare a tanto, ma lei, stando là, non riesce a capire i sacrifici che faccio io per mandare quei quattro soldi. E io, stando qua, non riesco a capire come faccia lei a non accontentarsi”, uomo marocchino di 35 anni.

La situazione lavorativa

Difficoltà iniziali %
Di lingua 72,5
Di solitudine 57,5
Di alloggio 41,3
Burocratiche ed amministrative per ottenere il permesso di soggiorno 40,0
Di lavoro 38,8
Di vera e propria sopravvivenza 30,0
Di paura per la tua sicurezza personale 26,3
Di discriminazione 20,0
Di mancanza di contatti con la famiglia 13,8
Nessuna 6,3
Area di provenienza Occupati Disoccupati % occupati
per area di provenienza
% occupati
sul totale
Europa Balcanica 6 6 50,0 7,5
Est Europa 12 23 34,3 15,0
Asia 1 2 33,3 1,3
Africa 6 18 25,0 7,5
America 0 6 0,0 0,0
Totale 25 55 31,3
Lavoro prima dei documenti %
Badante 36
Edilizia 18
Ristorazione 16
Lavori a domicilio 16
Industria meccanica (saldatore, metalmeccanico) 14
Turismo alberghiero 12
Bracciante agricolo 12
Impresa di pulizie 10
Commesso 6
Venditore ambulante 4
Pescatore 2
Trasporti 2
Fattorino 2
Buttafuori 2
Totale * 100

Nota: * Persone che dichiarano di aver lavorato prima di ottenere i documenti

Settori lavorativi in cui gli immigrati trovano impiego %
Ristorazione 46,3
Domestico 43,8
Badante 28,8
Edilizia 27,5
Agricolo 17,5
Turismo alberghiero 13,8
Impresa di pulizie 13,8
Industria meccanica 12,5
Trasporti 10,0
Commerciale 7,5
Artigiano 6,3
Operatore ecologico 3,8
Traduttore e interprete 2,5
Pesca 2,5
Sicurezza 2,5
Spiaggia 2,5
Venditore ambulante 2,5
Allevamento 1,3
Estetica 1,3
Falegname 1,3
Formazione 1,3
Volantinaggio 1,3
Giostre 1,3

Il 68,8% del campione non ha attualmente una fonte di guadagno (sia essa regolare o meno).

Il 62,5% dichiara di aver lavorato prima di ottenere il Permesso di Soggiorno.

La tipologia di Permesso di Soggiorno più diffusa è quella per lavoro subordinato (41,1% degli immigrati in regola del campione, e 54,5% degli intervistati in possesso di un permesso di soggiorno qualunque), e benché il modo più comune di mettersi in regola resti quello di trovare un impiego con contratto (42,9% di coloro che hanno accettato di rispondere alla domanda), quello di pagare un datore di lavoro o un intermediario per avere un contratto fittizio si classifica secondo per importanza (12,7% tra quelli che hanno risposto), seguito dallo status regolare conseguito aspettando che il paese d’origine entrasse nell’Unione Europea (11,1%) e mediante matrimonio con immigrato in possesso di documenti (7,9%).

Mezzo utile per trovare un lavoro %
Amici / conoscenti italiani 66,3
Ti sei presentato direttamente al datore di lavoro 56,3
Parenti immigrati 47,5
Amici / conoscenti immigrati 31,3
Caritas / istituti religiosi / parrocchie / gruppi di volontariato 30,0
Centro per l'impiego 23,8
Agenzie per il lavoro in Italia 15,0
Sindacato 8,8
Ufficio accoglienza immigrati 8,8
Il tuo curriculum 7,5
Annunci su internet e sui giornali 5,0
Servizi sociali del comune 5,0
Agenzia privata del tuo paese 1,3
Vedere altri nelle tue condizioni fare lo stesso 1,3

“In Italia non c’è la meritocrazia, c’è il passaparola”, donna marocchina di 37 anni.

Il 31,3% degli intervistati possiede una qualifica professionale e il 21,3% ha conseguito una laurea. Gli anni di studio pro capite sono 12,6 generalmente fatti al Paese d’origine. Solamente il 10% del campione è in possesso di un titolo di studio riconosciuto in Italia, e nella totalità dei casi, tale titolo è stato acquisito proprio a Rimini. Nessuno ha percorso l’iter per far riconoscere il proprio titolo di studio del Paese d’origine.

Il mezzo più efficace per trovare lavoro, a detta del campione, pare essere la raccomandazione di amici o conoscenti. A tal proposito: “Ho provato a cercare lavoro anche a San Marino, ma là c’è la mafia russa e ucraina, nel senso che c’è una comunità di russi e di ucraini che si comprano e prestano il lavoro tra di loro con 300 – 400 euro, non fanno entrare i rumeni, ma anche se fossi stata ucraina non ce l’avrei fatta: non avevo i soldi da anticipare perché mi trovassero un lavoro. Spesso il disagio che dobbiamo vivere noi immigrati è causato dagli immigrati come noi, specie se di origine diversa.”, donna rumena di 53 anni; “I rumeni hanno rovinato il mio lavoro. Perché loro fanno parte dell’Unione Europea e possono venire e andare quando gli pare senza il problema dei documenti, inoltre loro lavorano per quattro soldi perché in Romania un euro vale molto più che da noi. E così anche noi abbiamo dovuto calare i prezzi.”, donna albanese di 57 anni.

L’aiuto degli italiani è più efficace (66,3%) per trovare un lavoro. All’interno delle comunità, invece, è più facile trovare un aiuto tendenzialmente rivolto a chi proviene dal tuo stesso paese natale.

Si noti come le vie ufficiali per trovare lavoro (Centro per l'Impiego, agenzie per il lavoro in Italia, ufficio accoglienza immigrati, ecc...) si trovino agli ultimi posti in tabella.

A ciascun intervistato è stato chiesto se fosse venuto direttamente a conoscenza di una via preferenziale per ottenere un lavoro. Il 32,5% dichiara di essersi trovato di fronte all’esistenza di un “percorso tipo” (che non necessariamente ha deciso di intraprendere). Questo 32,5% è formato prevalentemente da persone che si sono rese conto dell’esistenza dei venditori di lavoro (57,7%), da persone che hanno portato (o cui è stato proposto di portare) qualcuno disposto a lavorare in nero in tempo di ferie o di mancanza di personale (26,9%), da persone che si sono trovate di fronte la possibilità o che hanno visto altri assicurarsi posti di lavoro concedendo favori sessuali al capo (11,5%), e da persone a cui è stato proposto di pagare per avere un titolo di studi falso (3,8%).

Il 15% del campione dichiara di aver pagato almeno una volta (questa volta in prima persona) per ottenere un lavoro (o perché qualcuno, senza risultato, glielo cercasse). Alcuni non si rendono nemmeno conto di essere truffati: “Faccio volentieri un’offerta a chi mi trova un lavoro, mi sembra giusto”, donna rumena di 48 anni; “Non scriverlo, dai! Era un mio amico, mi ha fatto un favore!”, uomo marocchino di 31 anni.

Le circostanze in cui ci si ritrova a pagare possono essere molto diverse: pagare un “amico” è, in questo senso, il meglio che può capitare. “In un albergo in cui avevo lavorato tempo fa, tutti i rumeni erano vittima di un criminale. Quando questi erano venuti con il pullman in Italia, all’uscita avevano incontrato un delinquente che gli aveva offerto un lavoro e un letto in cambio di soldi. Avevano accettato tutti quanti, convinti di fare un affare. Poi però si sono trovati come schiavi. L’albergo pagava a giornata e, appena finiva l’orario di lavoro, quest’uomo, d’accordo con il proprietario dell’albergo, si presentava e gli toglieva la metà dello stipendio.”, donna russa di 45 anni.

“Quando la ditta per cui lavoravo cominciava a sentire la crisi, diciamo che il capo raccoglieva delle offerte”, uomo ucraino di 31 anni.

I prezzi nominati dagli intervistati per la compravendita del lavoro hanno un range molto ampio: da un minimo di 200 ad un massimo di 5.000 euro. Accade sia di cavarsela con un pagamento solo che di trovarsi a pagare regolarmente un pizzo.

Il campione è stato interrogato sugli ultimi tre lavori svolti.

Se ne ricavano le informazioni su 182 lavori (80 persone rispondono dell’ultimo, 54 del penultimo e 48 del terzultimo). Si fa presente che i dati che seguono faranno riferimento a tale divisione cronologica. Il penultimo e il terzultimo lavoro, infatti, sono meno attuali dell’ultimo: c’è chi con gli ultimi 3 lavori copre gli ultimi 20 anni e chi, con gli ultimi 3 lavori copre gli ultimi 2 mesi. Ecco perché eliminare questa divisione e comprimere tutte le informazioni in un solo numero non sarebbe opportuno: gli elementi mediati sarebbero troppo disomogenei dal momento che più si va indietro nel tempo, più la situazione era migliore e la crisi lontana e dunque l’aspetto migliore dei dati del passato andrebbe a stemperare la gravità di quelli attuali.

Tipo / Lavoro Ultimo Penultimo Terzultimo
Regolare 43,8% 40,7% 45,8%
Grigio (parzialmente in regola) 30% 31,5% 22,9%
Nero 26,30% 27,8% 31,3%
Lavoro / Durata < 1 mese da 1
a 3 mesi
da 3
a 6 mesi
da 6 mesi
a 1 anno
da 1
a 2 anni
da 2
a 4 anni
da 4
a 22 anni
Ultimo 6,3% 12,5% 27,5% 8,8% 12,5% 8,8% 23,8%
Penultimo 7,4% 20,4% 24,1% 16,7% 11,1% 16,7% 3,7%
Terzultimo 6,3% 12,5% 20,8% 20,8% 18,8% 14,6% 6,3%
Stipendio medio (€) < 500 da 500
a 700
da 700
a 900
da 900
a 1.200
da 1.200
a 1.500
da 1.500
a 2.700
Ultimo 6,3 10,1 38,0 21,5 17,7 6,3
Penultimo 5,6 3,7 37,0 27,8 14,8 11,1
Terzultimo 6,4 8,5 40,4 14,9 17,0 12,8
Lavoro / Ore lavorative
nei giorni feriali
< 5 da 5 a 7 da 7 a 9 da 9 a 12 da 12 a 15 da 15 a 24
Ultimo 15,0 16,3 25,0 17,5 11,3 15,0
Penultimo 13,0 9,3 27,8 18,5 7,4 24,1
Terzultimo 10,4 16,7 16,7 20,8 16,7 18,8

Osservando le tabelle, si noti che, procedendo dal terzultimo all’ultimo lavoro, si registra una diminuzione del lavoro nero (da 31,3 a 26,3%) e un aumento di quello grigio (da 22,9 a 30%), dove per lavoro “grigio” si intende un lavoro in cui vengono svolte sistematicamente più ore di quelle scritte nel contratto.

Facendo riferimento alla tabella sulle ore lavorative nei giorni feriali, senza farsi ingannare dalle percentuali riportate (che si riferiscono ad intervalli di ampiezza differente), si osserva una maggiore densità (definita come rapporto tra frequenza e ampiezza dell’intervallo) nella classe che va da 7 a 9 ore. Nell’ultimo lavoro questa è seguita dalla classe che va da 5 a 7 e da quella che va da 9 a 12 ore; nel penultimo queste ultime due classi si scambiano il posto nella classifica; mentre nel terzultimo la classe da 7 a 9 ore ha la stessa densità di quella che va da 5 a 7.

Una grossa parte dei lavori raccontati dagli intervistati sono privi di giorno di riposo (44%), solo il 30,2% e il 22,5% ne contano rispettivamente 1 e 2.

Parlando di durata del lavoro, si osservi che la classe numericamente più densa è quella dai 3 ai 6 mesi (in tutti e tre i lavori), che supera di pochissimo la densità della prima classe (che conta i lavori di durata inferiore ad un mese).

Per quanto riguarda invece la retribuzione, in tutti e tre i lavori la classe più affollata è quella dai 700 ai 900 euro al mese, seguita da quella tra i 900 e i 1200 e da quella tra i 1.200 e i 1.500 (vicinissima per densità a quella tra i 500 e i 700 euro).

Il 26,3% del campione si è infortunato almeno una volta sul luogo di lavoro. Il numero di infortuni pro capite è pari a 0,4.

Nel 7,1% dei lavori citati ciò che esponeva al rischio era l’ambiente del cantiere (si tratta della situazione di pericolo denunciata più volte).

“Non c’è niente di sicuro in un cantiere”, uomo kosovaro di 37 anni.

“Lavoravo in nero in un cantiere abusivo, sono caduto da un’impalcatura e mi sono rotto una gamba. Il capo mi ha caricato in macchina dicendo che mi avrebbe portato al pronto soccorso, ma mi ha scaricato in mezzo ad una strada”, uomo indiano di 38 anni.

Tra gli altri rischi segnalati: un possibile crollo fisico dato il numero di ore lavorative (nel 4,4% dei lavori), i “colpi di testa” dell’anziano assistito (nel 2,7% dei lavori) e ciò che poteva cadere addosso alle persone, ustionare o tagliare (nel 2,7% dei lavori).

Nel 6% dei lavori (quasi tutti in cantieri) gli immigrati dichiarano di lavorare in condizioni di sicurezza diverse rispetto a quelle dei colleghi italiani. Nel 7,1% dei lavori gli intervistati affermano di non avere colleghi italiani, nel 20,3% di non avere colleghi italiani che svolgono le loro stesse mansioni.

Nel 5% dei lavori lo stipendio di un immigrato è inferiore a quello di un italiano per anzianità. In altrettanti lo stipendio di un immigrato è inferiore per discriminazione. Nel 6% dei lavori gli immigrati devono svolgere più ore dei loro colleghi italiani assunti con lo stesso titolo.

“Appena sono arrivato in Italia ho fatto un lavoro in nero in spiaggia. Dovevo spostare dei blocchi di marmo di 60 kg e più. Dovevo alzarli e spostarli, e in fretta. Per tutto il giorno, a 5 euro all’ora. C’era una carriola di plastica lì accanto a quei blocchi. Ho chiesto al datore di lavoro se potevo usarla e mi ha risposto di no, che si poteva rompere la carriola”, ragazzo ucraino di 23 anni.

“Ho fatto 20 anni di scuola, ho una laurea in cibernetica economica e ho insegnato matematica diversi anni in Romania. Quando sono venuta qui ho trovato solo il mestiere di badante. Lavoravo presso una famiglia dove c’erano due anziani da assistere e un figlio con il morbo di Parkinson. Dovevo stare dietro a tre persone, lavorare tutto il giorno, sempre in piedi. I due anziani si lamentavano se a pranzo mangiavo più di 50g di pasta e 2 pomodori, perché ‘ero una serva’ e non ce n’era bisogno. [...] Non sopporto di essere trattata da stupida! Un’altra volta sono andata all’INPS, un impiegato ha provato di ingannarmi dicendo che la media del mio stipendio era di molto inferiore al minimo, quando – e questo è elementare – qualunque valore medio è sempre compreso tra il minimo e il massimo”, donna rumena di 50 anni.

“Avevo mandato tutto lo stipendio a casa, i miei figli avevano bisogno e io me la potevo cavare stando a casa della signora che assisto. Ma questa pretendeva che io mangiassi quello che mangiava lei che è anziana, che sta tutto il giorno seduta e che ha lo stomaco malato. Una volta le ho chiesto se potevo avere qualcosa in più. Lei ha preso una fetta di pane, ci ha messo sopra la roba del cane e me l’ha data.”, donna rumena di 56 anni.

Tra integrazione e sfruttamento

Il 6,25% del campione dichiara di aver compiuto atti illegali e il 20% di conoscere persone che li compiono.

“Oggi pomeriggio mi ha chiamato uno... mi ha dato 10 euro”, donna ucraina di 30 anni.

“Mi sono prostituito una volta soltanto. Erano due mesi che non lavoravo, avevo dato fondo a quei pochi risparmi che avevo messo da parte durante la stagione, non sapevo più cosa inventarmi per pagare l’affitto, il padrone stava per buttarmi per strada. Ho fatto sesso con un uomo sposato, per una sola notte mi ha dato 200 euro”, uomo egiziano di 31 anni.

“Tempo fa dividevo una stanza in affitto con una donna marocchina. Io ero già in Italia da parecchio, mentre lei era appena arrivata. Era giovane, intelligente, bellissima. Ma la sua laurea qui non valeva niente. Trovare un lavoro era difficile. Trovarlo che durasse più di tre mesi era quasi impossibile. Quando sentiva i familiari al telefono, non aveva mai il coraggio di parlare della sua angoscia. Una sera mi confessò di essersi fatta una dose, mi confessò che non le avevano fatto pagare niente. Poi non mi disse più nulla, lo capii da sola che era diventata una drogata. Non si curava più. Aveva il viso sempre più rovinato, gli occhi spenti e lucidi. Fissava il vuoto, non diceva una parola, anzi io cominciavo a darle fastidio. Ogni mia domanda per lei era un modo di spiarla. Non so dirti esattamente come funzionasse il giro in cui era entrata. Io so solo che lei si prostituiva e che i soldi che guadagnava non se li teneva lei. Una volta pagai la mia parte dell’affitto con due settimane di ritardo. La padrona mi rimproverò dicendo che il marito della mia compagna di stanza pagava puntuale ogni mese. Non ebbi il coraggio di dirle che la mia compagna di stanza non era affatto sposata”, donna ucraina 65 anni.

“Conosco diverse donne che lavorano per strada. Ma non sono costrette. Hanno iniziato perché non trovavano lavoro e non vogliono smettere perché guadagnano bene”, uomo rumeno di 50 anni.

“I miei amici che lavorano ai semafori sono tutti costretti!”, uomo rumeno di 32 anni.

“Una volta ho conosciuto una prostituta costretta a farlo. Il suo protettore era albanese, se non sbaglio...”, uomo ucraino 31 anni.

“Sono dovuta scappare dalla prima famiglia che mi aveva dato lavoro come badante. Ero in nero, non mi avevano voluta aiutare con i documenti. Il figlio della nonna che assistevo aveva perso la testa per me. Se non fossi andata a letto con lui mi avrebbe denunciata”, donna ucraina 65 anni.

“Si, conosco delle donne che si prostituiscono... ma non credo qualcuno le costringa... secondo me gli piace...”, uomo albanese di 25 anni.

“Ho lavorato anche in carcere, quindi conosco molte persone che hanno compiuto attività illegali. Prostituirsi, rubare, spacciare droga... c’è chi lo fa saltuariamente, mosso dalla disperazione, per arrotondare, perché ha un lavoro in nero pagato da schifo e ha bisogno di quei quattro soldi per arrivare alla fine del mese. Ma c’è anche chi lo fa perché è costretto. Nella seconda categoria rientra più facilmente chi non ha documenti o chi è tossicodipendente. Alcuni magnaccia si accontentano di una percentuale sul guadagno delle loro lucciole, altri invece si prendono tutto. In cambio loro offrono protezione: si assicurano che i clienti paghino, e se le donne non hanno i documenti si occupano di pubblicizzare in modo discreto la loro disponibilità, in modo da farle lavorare nell’ombra. Esistono anche delle bande a carattere intimidatorio che chiedono il pizzo alle donne di strada... Comunque, i punti su cui di solito si fa leva per tenere in pugno la gente e sfruttarla sono questi: assenza di documenti e crisi di astinenza...”, donna marocchina di 37 anni.

“Da quando sono arrivato in Italia, con e senza documenti, ho fatto un lavoro soltanto in posti diversi: il buttafuori. Ho spacciato droga tantissime volte. Non ho mai avuto il coraggio di rifiutarmi: avevo paura di perdere il posto, per non dire di peggio... anche se sapevo bene che chi mi passava la roba non era un pezzo grosso, ma solo l’ultimo soldatino della fila. La mafia non sta mica per strada. Sta nei bei posti. È da là che comanda. È una catena, fatta in modo tale che ognuno ne ha uno che sta sopra e uno che sta sotto.”, uomo tunisino di 31 anni.

“Ogni volta che passo io gli uomini si mettono la mano al portafoglio e le donne si tengono la borsa più stretta. Come se fossi un criminale!” uomo marocchino di 37 anni.