Caritas Diocesana di Rimini
2012 Rapporto sulle Povertà

Giovani & lavoro

di Alberto Coloccioni

L’occhio del padrone - si sa - ingrassa il cavallo. Ma può anche ammazzarlo quando diventa opprimente, ingiusto, persecutorio. O quando il cavallo è troppo giovane per sopportare un carico così gravoso di frustrazioni. Sarà forse un caso ma, tra i ragazzi che hanno deciso di fare del volontariato alla Caritas, ce ne sono parecchi che hanno avuto problemi, anche pesanti, nei primi approcci con il mondo del lavoro. Ragazzi riminesi lasciati soli in una città che pare ricordarsi dei giovani solo quando hanno dei soldi da spendere. Facendo finta di non vedere che anche qui, nella riviera del divertimento, mentre impazzano i carnevali dell’estate, c’è qualcuno che si diverte molto poco. Proviamo a rinfrescarci la memoria con le storie di qualcuno di loro. Stanno cercando di dimenticarle, dedicando oggi un po’ del loro tempo a chi è più in difficoltà.

La “malvagiona”

Sola, senza figli, potentissima segretaria tuttofare, qualcuno bisbigliava persino che fosse l’amante di uno dei soci. Monica incappa nella “malvagiona” già al suo primo colloquio di lavoro. Ha la sfortuna di passare la selezione e diventa così la sua vittima sacrificale. “Ma come ti vesti… quel trucco poi…”, “Oggi hai un aspetto davvero orribile… “Proprio non capisci niente…”, “Ce l’hai il fidanzato?... Così ogni giorno, per tre anni, contro un “favoloso” stipendio di 600 euro al mese per 40 ore settimanali (all’inizio gliene avevano promessi un migliaio…). Nonostante le difficoltà, Monica non si arrende e per un po’ cerca di sopportare. E’ brava, fa il suo lavoro con diligenza e poi quei pochi soldi le servono perché deve ancora pagare le rate della macchina. Uno dei capi cerca di aiutarla ma non può farlo apertamente perché l’azienda ha parecchi scheletri nell’armadio (a partire da una abbondante contabilità in nero) e la malvagiona, che dell’armadio ha le chiavi, tiene tutti in pugno.

Monica si sforza di mostrarsi collaborativa, sperando che quella situazione, prima o poi, possa finire. Accetta di lavorare fuori orario senza compenso, accetta di usare il suo motorino per fare delle consegne senza neppure il rimborso spese, accetta senza batter ciglio telefonate denigratorie fatte in sua presenza… Poi scoppia e, per sopravvivere, deve ricorrere al sostegno di uno psicologo, mangiandosi gran parte dello stipendio. Come ringraziamento, alla scadenza, il contratto non le viene rinnovato e così, da un giorno all’altro, Monica si ritrova a spasso (scoprirà poi che altre ragazze, prima di lei, avevano fatto la stessa fine…). Adesso ha 27 anni, è disoccupata e, anche se non la vede più da oltre un anno, la malvagiona se la sogna ancora di notte…

Lo “squalo”

Lucia ha 25 anni, una laurea magistrale alle spalle, un’occupazione precaria che svolge tuttora ma che spera di lasciare presto. Anche qui c’è di mezzo una capa isterica. Lei la chiama “lo squalo”: ancora una volta una donna che ha sposato l’azienda e che, come unico scopo della vita, pare avere quello di rendere impossibile la vita degli altri. Anche se non attinente con il suo percorso di studi, in mancanza di meglio, Lucia accetta un lavoro da commessa in quel grande negozio. Un lavoro fisicamente molto pesante perché ci sono da scaricare bancali di merce e lei non è certo un colosso. Poi ha avuto dei problemi alla retina e non dovrebbe sottoporsi a sforzi eccessivi. L’ha anche detto al medico del lavoro quando è venuto in visita ma lui ha fatto orecchie da mercante… Ma più dei carichi da spostare a Lucia pesano le insopportabili aggressioni verbali dello squalo. Vietato stare con le mani in mano, anche se in negozio non ci sono clienti. Vietato parlare con i colleghi perché distoglie dal lavoro. Vietato camminare a testa bassa perché per vendere occorre mostrarsi dinamici. Vietato andare in bagno, se non di corsa e per il tempo strettissimamente necessario. Vietato anche, una volta a casa, darsi lo smalto alle unghie: meglio impiegare quel tempo per ripassare le tecniche di vendita. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere a sentire lo squalo che insegna come rivolgersi ai clienti, le parole giuste da usare per costringerli a comprare qualcosa, a costo di prenderli per sfinimento…

Anche se lo stipendio non è male (900 euro al mese per 30 ore settimanali, che alla fine comunque diventano 35/40) Lucia ha deciso di andarsene. I suoi genitori glielo dicono da tempo: meglio rinunciare a quei soldi che darsi in pasto allo squalo.

La fregatura

L’unica nota positiva di quel disgraziato rapporto di lavoro è che Silvia là dentro ha trovato il fidanzato. Precario come lei e, come lei, scappato alla prima occasione.

D’altra parte non è facile restare in un posto dove, a 25 anni e con una laurea alle spalle, ti promettono 800 euro al mese ma poi te ne danno 200, quando te li danno. Per rincorrere quei pochi soldi Silvia ha dovuto sudare le proverbiali sette camice. Solleciti telefonici, incontri burrascosi in sede, raccomandate, minacce. Alla fine l’ha spuntata e se n’è andata sbattendo la porta. Anche perché in quella gabbia di matti c’era qualcosa che le puzzava di fregatura sin dall’inizio. Proposte a ignari clienti di improbabili servizi promozionali, fatture non pagate a fornitori, azioni legali in arrivo da parte dei creditori. Sull’esatta attività di quella azienda non è mai riuscita a capire più di tanto anche perché loro, i ragazzi in tirocinio, dovevano solo lavorare a testa bassa, senza chiedere nulla. Non sono pochi quelli che hanno fatto l’esperienza di Silvia nel corso degli ultimi anni, tutti emigrati per altri lidi. Di recente, per dimenticare questa brutta avventura, hanno anche organizzato una festa. Si sono ritrovati in una ventina…

L’interrogatorio

Pare sia un vezzo diffuso presso diverse aziende nostrane. Mettere alla prova i nervi dei dipendenti, sottoponendoli a test di varia natura con domande a bruciapelo, esami periodici, a volte veri propri interrogatori.

Tra i casi che ci sono stati riferiti c’è quello di un’azienda che ha in catalogo migliaia di articoli. Un librone di centinaia di pagine che occorre conoscere a menadito per continuare a lavorare. Ogni tanto ti fanno una verifica ufficiale, come a scuola, altre volte la domanda è più subdola. Arriva un ispettore che si finge cliente e comincia a chiederti informazioni su quel certo prodotto. Come è fatto, come si usa, con cosa lo puoi abbinare, che vantaggi presenta e via indagando. Se sai rispondere bene, altrimenti sono guai… Così, per paura di controlli a sorpresa, c’è chi il librone se lo porta a casa ma a volte capita di addormentarsi sopra quelle pagine. E allora sono incubi….

Non è invece un incubo l’esperienza vera fatta da altri ragazzi che, per restare al loro posto, sono stati costretti a denunciare colleghi per illeciti mai avvenuti. L’azienda aveva bisogno di ridurre il personale e quella era l’unica strada per licenziare. Accusare qualcuno per reati inesistenti. Chiudendolo in una stanza e bombardandolo di domande fino a che il malcapitato non avrà confessato per porre fine a quella tortura. Anche questo ci è stato raccontato. Storie di ordinari soprusi che accadono a pochi passi da casa nostra.