Caritas Diocesana di Rimini
2012 Rapporto sulle Povertà

Lavoro e immigrati

Un sogno: portare i figli in Italia per strapparli dal pericolo della droga

Uomo bengalese di 33 anni arriva a Roma a gennaio dello scorso anno. Il volo gli costa l’equivalente di 12.000 euro (bustarelle comprese) . Per pagarli vende la casa (ricavandone 8.000 euro) e si fa prestare i rimanenti 4.000 euro da un amico, al quale continua tuttora a pagare gli interessi.

Rimane a Roma per 20 giorni. Alcuni italiani gli offrono di lavorare in spiaggia come venditore ambulante, ma è solamente gennaio e non è ancora iniziata la stagione turistica. Per sopravvivere fino ad allora gli vengono proposti 20 euro. Gli stessi, dopo aver ricevuto un rifiuto, suggeriscono la città di Rimini perché “là c’è lavoro”.

Arrivato a Rimini, seppur senza documenti, comincia a lavorare come pescatore. Assieme a lui lavorano solo immigrati, tutti senza il permesso di soggiorno. Ma a lui non importa dei suoi colleghi, né gli importa del fatto che le sue capacità vengano sottovalutate: vuole raccogliere un po’ di soldi per i suoi bimbi a casa. Perciò lavora dalla mattina alla sera, senza giorno libero, per 700 euro al mese.

Adesso, però, sono tre mesi che non trova un lavoro. Vorrebbe avere i documenti, trovare un lavoro in regola (almeno in parte) e portare anche i suoi figli in Italia prima che comincino ad andare a scuola.

Al suo paese, infatti, la scuola è un’importante piazza di spaccio. E questo sembra paradossale, se si pensa che a scuola si studia, e se si pensa che studiare e conoscere rende liberi. In una scuola incontrare un rifiuto dovrebbe essere più probabile! Non è strana la scelta della scuola come campo reclute? Ma “È per farli ammalare subito”. I giovani sono il futuro, e la droga serve per assoggettarli. Se si dipende dalla droga si fa tutto quello che i tuoi fornitori ti chiedono. È questo il ragionamento del partito politico corrotto che governa. “Questo riguarda soprattutto i ragazzi. Alle ragazze viene offerta droga per violentarle, più che per affari”.

Se fare la badante significa essere schiava

Donna rumena di 48 anni arriva a Messina nel 2004. All’uscita del pullman incontra un uomo al quale paga 300 euro per avere un lavoro. Questi scompare con i soldi, senza procurarle alcun impiego.

In seguito, riesce a trovare lavoro come baby-sitter, in un paesino vicino, per due settimane. Decide poi di partire per Roma perché “nella capitale ci sarà sicuramente lavoro”, ma vi rimane una settimana soltanto, senza trovare un posto per lei. Si affida dunque alla voce secondo la quale “al nord c’è più lavoro”. A Bergamo comincia a girare le case di cura e di accoglienza, presentandosi e chiedendo a tutti se hanno bisogno di una badante. Riesce a trovare un anziano da assistere e lo fa per 1 anno e 3 mesi. Dopo aver perso il lavoro, con un permesso di soggiorno prossimo alla scadenza, intimorita e scoraggiata dai pregiudizi nei confronti dei rumeni “tutti ladri” torna a casa, in Romania, per 3 anni.

Nel 2007, con l’entrata del paese natale nell’Unione Europea, decide di tornare in Italia, a Torino, dove lavora nuovamente come badante per 7 mesi, assistendo una coppia di anziani. La moglie la apprezzava, mentre dal marito riceveva solo minacce e l’invito a prendere la porta.

Al termine di questi 7 mesi, dopo essere tornata a casa per un breve periodo, sceglie come destinazione la provincia di Rimini. Avendo amici in questa città, trova in fretta un lavoro (seppure in nero), sempre come badante, ospite presso l’abitazione della coppia di anziani che assisteva. Durante il suo periodo di permanenza ha una grossa infezione alla gengiva. Manifesta il suo dolore, ma gli anziani non le credono. Chiede di poter chiamare un medico, ma la coppia le dice che non ci sono medici nel loro piccolo paesino, e le danno (senza le competenze necessarie) dell’antibiotico (amoxicillina) che le procura dei dolori allo stomaco (probabilmente perché preso in quantità eccessiva). Dal momento che non le sono concesse le 2 ore libere al giorno, la badante deve aspettare il suo giorno libero per consultare la farmacista, la quale consiglia la rovamicina, che necessita però di ricetta. La dottoressa, a sua volta, si rifiuta di rilasciare la ricetta a meno che la badante non le dica il nome della farmacista che le ha dato questa informazione e l’indirizzo della farmacia. La badante riesce a convincerla e il farmaco la guarisce.

Dopo qualche tempo trova un’offerta di viaggio per tornare a casa. Fa i bagagli in fretta e furia e chiede alla famiglia di essere pagata. L’aereo partirebbe in giornata. La famiglia le dà i documenti per fare un prelievo che la badante non avrebbe tempo di effettuare, perché la banca è chiusa. Dopo le ferie, la badante torna a Rimini, dove si trova da meno di 3 settimane, di nuovo senza lavoro.

Da tanti anni in Italia senza mai sentirsi a casa

Uomo indiano di 38 anni arriva nel 1996 a Roma, dove abita lo zio al quale intende appoggiarsi nel suo primo periodo in Italia. Rimane nella capitale per 4 anni (i primi 2 senza documenti) lavorando come commesso e come fattorino. Perso il lavoro, prende un treno a caso e va a sud, dove trova lavoro per 1 anno nelle giostre tra Napoli e Salerno. Quando il datore di lavoro smette di pagarlo, torna a Roma, dove si ferma per altri 2 anni. Si sposta poi a nord, in cerca di lavoro, facendosi ospitare da amici dello zio. Stampa su pelle per 2 anni e mezzo tra Vicenza e Verona.

Raggiunge nuovamente lo zio, che lo aiuta a trovare un lavoro (in nero, dunque senza assicurazione) in provincia di Perugia, in un cantiere. Cade da un’impalcatura e si rompe una gamba. Il capo lo carica in macchina dicendo di portato al pronto soccorso, ma lo scarica in mezzo ad una strada.

Viene soccorso e dopo l’infortunio si appoggia nuovamente allo zio, prima di tornare in India per 6-7 mesi. Torna in Italia trova lavoro in provincia di Roma, prima presso un agriturismo (per quasi 1 anno), poi in una scuderia (per un altro anno). Viene chiamato da amici in provincia di Perugia, sempre per una scuderia. Perso il lavoro, viene aiutato da una casa di accoglienza del posto per 2 mesi. Trova poi lavoro a Benevento in un allevamento di conigli e infine a Rimini, grazie ad un amico italiano che gli aveva trovato un posto letto. “Quanti anni è che sono in Italia?” dice “Non importa, non ho ancora trovato una casa”.

Quando lavorare diventa un pericolo

Uomo rumeno di 32 anni emigra in Italia per debiti nel 1996: in seguito alla morte del nonno la famiglia aveva perso la terra e tutto con essa. Lavora a Pavia, a Brescia, a Mantova e poi a Rimini, spostandosi o perché la ditta si era trasferita, o perché amici l’avevano raccomandato in un posto migliore. In ogni caso, “In Italia ho sempre fatto il saldatore e il metalmeccanico. Mi sono infortunato più volte, perché il mio lavoro è pericoloso,” dice. “Mi è arrivato un ferro incandescente su entrambe le gambe, un’altra volta mi è arrivato un bancale sulla spalla e mi sono rotto una clavicola...”.

Felicità è tornare in Zambia dai propri figli

Uomo zambese di 32 anni arriva in Italia nel 1994 tramite una comunità che offre vitto e alloggio in cambio di lavoro nei campi. Ottiene in 2 settimane il permesso di soggiorno per motivi di salute. Non ha mai cambiato città, ma non è soddisfatto della sua situazione lavorativa: vuole guadagnare qualcosa di più di un letto e di un pasto, avere una casa sua, una sua indipendenza. Terminate le cure mediche lascia la comunità, trova lavoro come manovale e ottiene un permesso per lavoro subordinato. Nel frattempo va alla ricerca di persone che possano assumerlo come giardiniere, il lavoro che ama. Il desiderio di realizzarsi lo spinge a fare questo mestiere in proprio: “alcuni mesi riuscivo anche a guadagnare un po’ di più, nonostante le tasse”, dice. “L’ho fatto per un po’, ero anche riuscito ad ottenere il permesso per lavoro autonomo. Ma poi ho dovuto smettere...ora faccio l’operatore ecologico, ma voglio tornare a casa (in Zambia) con la mia compagna italiana e i nostri due bambini”.

Un contratto fittizio che costa 5000 euro

Uomo marocchino di 31 anni arriva in Italia nel 2000, dopo aver pagato 500 euro un camionista perché lo ospitasse nel doppiofondo del suo veicolo. Ottiene i documenti 2 anni dopo, in provincia di Lecce, quando paga 5.000 euro ad un datore di lavoro per avere un contratto fittizio che gli permetta di ottenere il permesso di soggiorno per lavoro subordinato.

Negli ultimi 8 anni ha preso l’abitudine di passare l’inverno a Lecce e l’estate a Rimini, dove fa il venditore ambulante ai semafori durante la stagione.

Costretto a spacciare per mantenere il lavoro

Uomo tunisino di 31 anni arriva in Italia nel 2002 a bordo di una barca alla quale aveva esibito documenti falsi. Ottiene il permesso di soggiorno italiano dopo 5 anni, grazie al pagamento di un contratto finto. Prima di pagare ha lavorato a Napoli e a Pescara come buttafuori. In quel periodo deve chiudere un occhio ogni volta che vede un giro illegale all’interno della discoteca in cui lavora, e spesso deve spacciare anche lui, se vuole tenersi il posto.

Il desiderio di guadagnare di più lo spinge ad aprire un’attività autonoma per la distribuzione del materiale pubblicitario. Adesso egli vuole aprire un’attività al paese d’origine con i soldi guadagnati lavorando in Italia.

Il sogno si infrange sulla triste realtà

Uomo egiziano di 36 anni arriva in Italia nel 2007: non riesce più a tollerare le discriminazioni che i cristiani come lui devono subire in Egitto, dove sono tutti musulmani. Con l’aiuto di amici italiani riesce a farsi sottoscrivere, dietro adeguato pagamento, un contratto fittizio che userà per ottenere il permesso per lavoro subordinato. Si trova più volte in difficoltà economiche, una volta sceglie addirittura di prostituirsi per far fronte alla necessità di pagare l’affitto. Tra i vari lavoretti svolti in Italia, c’è anche quello di parrucchiere, sua professione in Egitto. Il suo sogno sarebbe quello di aprire una piccola attività in Italia, ma consapevole della crisi sa che non ci riuscirà mai.

Un anno ancora prima di tornare a casa

Donna rumena di 51 anni arriva in Italia nel 2005 per guadagnare i soldi necessari a comperare una casa alla figlia, che deve sposarsi in Romania. Chiede un prestito (attualmente estinto) per salire sul pullman che la porta a Catanzaro. All’uscita del pullman paga 300 euro un uomo rumeno che vive in Italia da anni e che si impegna a trovarle un lavoro. Le viene presto offerto un impiego come badante prima a Catanzaro, poi in Sicilia, dal momento che la donna rumena che la sostituisce durante le ferie ne prenderà definitivamente il posto. Infine trova lavoro a Rimini. “Qua c’è il mare, proprio come a casa mia... [...] Tutto quello che guadagno qua lo metto in banca per mia figlia, faccio questo sacrificio per lei. Però non sono felice: mio marito è lontano, il mio matrimonio non lo vivo tutti i giorni. Sono triste. Sono vecchia. Sono sola. Spero che sia sufficiente un anno ancora per mettere da parte i soldi. Un anno ancora e poi torno a casa.”